Persuadere la rettorica
estratto da "L'attimo persuaso, filosofia e letteratura in Carlo Michelstaedter", di Pierandrea Amato, Studi Goriziani n. 89-90.

Per cogliere la complessità del labirinto che La persuasione e la rettorica rappresenta una considerazione preliminare è indispensabile: la tesi di laurea ha sopportato una lunga incertezza derivante dall'incapacità dell'autore di prevederne le 'dimensioni' - i limiti - che con il tempo diventano sempre più incerte, tanto da rendere La persuasione e la rettorica un'opera insoddisfacente, improponibile se valutata con i canoni di genere. Michelstaedter nel corso del lavoro comprende che non riuscirà a scrivere una tesi di laurea, ad acconsentire al rito celebrativo che essa pretende. L'opera mai è conclusa, quando appare prossima ala definitiva stesura - pronta per la discussione universitaria - l'epilogo è ancora lontano. Il materiale messo in gioco è incontrollabile, Michelstaedter non ha realmente presente i tempi di redazione. A testimoniarlo una lettera al Chiavacci del 15 ottobre del 1909: "Io lavoro da 2 settimane soltanto - il riferimento è naturalmente alla redazione della tesi - e non posso aver finito prima della fine di Novembre. Informati, senza capire che lo fai per me, se posso ignorare i termini e presentar la mia qualunque tesi alla fine di Novembre". La tesi sarà pronta solo un anno dopo, ma qui lo studente goriziano spera ancora di farcela entro la fine dell'autunno: un evidente segnale del suo incerto dominio delle pagine. Un mese dopo, nel novembre del '09 e sempre al Chiavacci, un'altra lettera attesta l'impossibilità di calcolare le proporzioni della tesi: le idee si inseguono, frenetiche, ogni giorno può diventare utile per compiere un ulteriore passo: "La mia tesi è un mostro informe quid crescit eundo et quod crescit non it". La tesi è la vita, razionalizzarla è gravoso, si procede a rilento, Michelstaedter non può intendere le trasformazioni prima sfocate, è un processo inizialmente sotterraneo, che trova spazio inesorabilmente ma senza clamori, a sua insaputa. L'idea originale è subito palesemente naufragata, è andato ben oltre, più lontano, ha valicato i limiti imposti: dovremo percorrere con lui questo cammino, comprendere come molti dei risultati acquisiti vengano poi superati. Si formano più livelli: le stesse affermazioni a distanza di tempo possono avere un significato diverso, ciò che sollevano non è immediatamente intelligibile. Lo scorrere dei mesi destabilisce l'orizzonte in cui Michelstaedter si muove, il suo pubblico non sono più i professori della commissione, la tesi di laurea perde rapidamente il carattere contingente tipico del genere - uno squarcio - nessun obbligo è più preso in considerazione, i margini vengono frantumati, bisogna osare, sino in fondo, al termine, senza conoscere il margine.
Sottolineare l'incapacità del laureando di verificare i tempi di consegna della tesi di laurea, apparentemente sempre vicini, invece irrimediabilmente rinviati, non è una puntualizzazione estrinseca al nostro discorso, dovremmo cercare di tenere sempre presente questa dilatazione per non perdere 'momenti' del discorso michelstaedteriano, che si autoalimenta dei propri superamenti. Michelstaedter non ha il tempo, forse la voglia di fermarsi, continua, tutto si concentra e rischia di esplodere, assistiamo alla sua formazione, una pagina attraversa più veli.

Per Michelstaedter è certo, questo è il suo sguardo: la vita di tutti gli uomini è con il dolore, nessuno può sfuggirvi, siamo rinchiusi dal giorno della nostra nascita in un persistente terrore di non riuscire a vivere: "L'angoscia di non giungere alla vita", per incessante affanno di perdere l'unica possibilità a noi concessa, inseguiamo la vita nel tentativo di farla nostra. Questa disperata rincorsa ci aliena a noi stessi: trattenere la vita risulta impossibile, ogni conquista è solo una nuova angoscia, per un desiderio raggiunto molti altri sono lì, miraggi. Avvertiamo una costante mancanza di vita perché la nostra vita è questa mancanza. Un dolore continuo che non ci abbandona in nessun istante della nostra esistenza, figlio di una perenne deficienza, ci perseguita. La nostra vita è il persistente, utopico tendere alla soddisfazione del nostro volere, noi siamo i volenti senza possibilità di appagamento. Per chiarire le fondamenta del pensiero michelstaedteriano è essenziale citare l'inizio della tesi di laurea, sarà così poi più agevole intenderne lo sviluppo:

So che voglio - scrive Michelstaedter - e non ho cosa io voglia. Un peso pende ad un gancio, e per pender soffre che non può scendere: non può uscire dal gancio, poiché quant'è peso pende e quanto pende dipende. Lo vogliamo soddisfare: lo liberiamo dalla sua dipendenza; lo lasciamo andare, che sazi la sua fame del più basso, e scenda indipendentemente fino a che sia contento di scendere. - Ma in nessun punto raggiunto fermarsi lo accontenta e vuol pur scendere, ché il prossimo punto supera in bassezza quello che esso ogni volta tenga; E nessuno dei punti futuri sarà tale da accontentarlo, che necessario sarà alla sua vita, fintanto che lo aspetti [...] più basso; ma ogni volta fatto presente, ogni punto gli sarà fatto vuoto d'ogni attrattiva non più essendo più basso; così che in ogni punto esso manca dei punti più bassi e vieppiù questi lo attraggono; sempre lo tiene un'egual fame del più basso, e infinita gli resta pur sempre la volontà di scendere. - Che se in un punto gli fosse finita e in un punto potesse possedere l'infinito scendere dell'infinito futuro - in quel punto esso non sarebbe più quello che è: un peso. La sua vita è questa mancanza della sua vita. Quando esso non mancasse più di niente - ma fosse finito, perfetto: possedesse sé stesso, esso avrebbe finito d'esistere. - Il peso è a sé stesso impedimento a posseder la sua vita e non dipende più da altro che da sé stesso in ciò che non gli è dato di soddisfarsi. Il peso non può mai essere persuaso.

Non è agevole ricordare incipit più duro, con la metafora del peso è disegnata la nostra condizione di volenti sempre in cerca di un oggetto determinato ma incapaci di farlo sinceramente nostro perché già in movimento per colmare un'altra mancanza. Un discorso che trovasse la forza per continuare e non fosse unicamente una modesta glossa a questa pagina è arduo da immaginare, nessuna alternativa al dolore è percorribile. La vita è dolore, assenza, è sottrazione che non si accetta ma vuole ciò che mai può essere suo totalmente, se stessa - mascherato in altro da sé - in un futuro che non può appartenerle: "L'uomo vuole dalle altre cose del tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di sé stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a sé stesso in ogni presente". Mai possiamo smettere di volere perché siamo uomini e l'uomo vive in/di questa mancanza, se fosse colmata e la volontà placata la vita dell'uomo non sarebbe. Per Michelstaedter non possono esserci, stando qui alle sue parole, vie di uscita, il sentiero è obbligato: una sofferenza onnipresente perché la vita alle radici è assenza di vita, non vi è vita priva di dolore, soffocata dall'incessante volere. L'uomo è volontà . La nostra esistenza è una continua richiesta e bisogno di una vita che sentiamo scivolarci dalle mani, ma che non abbandoniamo perché la vita si impone, chiede se stessa, il proprio infinito perpetuarsi. La vita è volontà di vivere, la volontà si autoalimenta nella vita: "Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo continuare, esser nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte.
Le radici del discorso di Michelstaedter sono palesemente piantate su di un territorio schopenhaueriano, sentenze come "Il dato primitivo è il bisogno, cioè il dolore", non lasciano margini a dubbi, la lettura del libro 'scoperto' grazie a Mreule alimenta il pensiero del goriziano: La persuasione e la rettorica è anche il tentativo di resistere a queste affermazioni/condanna, condivise da Michelstaedter: "Ogni volere si forma su un bisogno, su una carenza, su un dolore, al quale è quindi già in origine e per essenza votato". Dal filosofo di Danzica Michelstaedter acquista la consapevolezza della naturale, essenziale debolezza dell'uomo, costretto dalle sue paure a una vita infernale: gli uomini reclamano la vita solo per non morire: "Per i più la vita non è che una lotta continua per l'esistenza, con la certezza di una disfatta finale. E ciò che dà loro tanta forza di perseverare in questo penoso conflitto non è tanto l'amore per la vita, quanto la paura della morte". Questa è l'unica, desolante realtà: siamo schiavi della nostra stessa volontà di vivere che non ci lascia vivere il nostro presente, ma il tempo della vita come inondato già dalla morte. Michelstaedter è chiaro, lapidario: "Vita è volontà di vita, volontà è deficienza. deficienza è dolore, ogni vita è dolore". Annichiliti, senza speranze, non scorgiamo una liberazione dal dolore perché il futuro, il tempo della speranza, è dolore e angoscia senza tregua. Il futuro è il tempo della nostra morte in vita. Rinunciare alla speranza significa perdere l'uomo, perché l'attesa del futuro è per noi la condizione - vivere è anche un verbo 'declinato' al futuro - ma il futuro è dolore, sperare vuol dire non vivere. Costretti in una morsa - la morsa è la nostra vita.
Ma al dolore della mancanza, alla condanna dell'essere nati, è possibile reagire, pur nella tragica condizione umana che si presenta priva di prospettive per Michelstaedter si può resistere, possiamo costruirci un'alternativa vivendo il nostro tempo senza cedere alle lusinghe del futuro, incontrando il tempo della persuasione - il presente. La persuasione nel presente nega ciò che è esterno al suo attimo, al proprio presente. L'uomo persuaso è l'uomo al presente. L'uomo che vive per il futuro perde se stesso: "La persuasione non vive in chi non vive solo di sé stesso", il persuaso vive il proprio presente e non si lascia travolgere dal futuro, da ciò che lo attende. Il futuro è morte, lo avvertiamo nel presente della vita, la morte meta sicura ci perseguita ben prima della sua effettività, già in vita viviamo la morte temendola: "Chi teme la morte è già morto". Non il passato che pesa e rende imbarazzante - meccanico - l'agire, la tradizione è il giudice ingombrante di ogni nostro 'tentativo', ma ancor meno il futuro, sono le dimensioni del persuaso: il suo tempo è sovratemporale, al di là del tempo mondano, un eterno attimo presente: "Chi vuol aver un attimo solo la sua vita, essere un attimo solo persuaso di ciò che fa - deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l'ultimo, come se fosse certa dopo la morte: e nell'oscurità crearsi da sé la vita. A chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie", nell'attimo l'uomo deve rendere eterna la sua vita, affermarla tutta nel proprio essere presente senza disperderla in una folle rincorsa mortale. Possiamo liberarci della mancanza di vita vivendo il presente, per eliminare il nostro esserci da sempre assente ed ottenere una dimensione non infranta. La persuasione dell'attimo che non chiede ma vive. Una definizione rivelatrice della persuasione è in un frammento non compreso nella tesi: "La persuasione è il possesso presente della propria vita", la persuasione risiede nella forza di non abbandonarsi al dolore, alla volontà, alla ricerca di un oggetto da conquistare, è vivere la vita nella autenticità della propria finitezza, del proprio presente che rifiuta la morte come compagna paralizzante. Il persuaso vede il dolore e impara a vivere.
È una via solitaria quella che conduce alla persuasione ma non esclusiva: come tutti soffriamo la mancanza di vita così a nessuno è precluso l'ingresso nella vita persuasa. Certo è una strada che appare impraticabile, ancor più quando Michelstaedter afferma: "Ognuno è il primo e l'ultimo, e non trova niente che sia fatto prima di lui, egli deve prendere su di sé la responsabilità della sua vita, che su altri non può ricadere". Assumere sulle proprie spalle il peso della propria vita: questa è la persuasione. Non una fuga dal dolore, la persuasione non immagina una vita senza dolore, ma un continuo resistere e permanere, accettare e ricevere nella vita il dolore per paralizzarlo: "L'uomo nella via della persuasione mantiene in ogni punto l'equilibrio della sua persona; egli non si dibatte, non ha incertezze, stanchezze, se non teme mai il dolore ma ne ha preso onestamente la persona. Egli lo vive in ogni punto". La vita persuasa è accompagnata dal dolore per la resistenza alla sottrazione di vita ma non da quello della mancanza, la persuasione è l'ostacolo alla volontà che domina. La solitudine della persuasione è la solitudine del presente che rinuncia al calore del passato - alla sua nostalgica sicurezza - e alle promesse del futuro.
Il persuaso deve essere in grado "di guardar in faccia il proprio dolore, di sopportarne tutto il peso", essere persuasi è approdare alla libertà, non più impauriti, sottomessi, viviamo la vita e non un'attesa. Non 'procurandoci' il presente vaghiamo, rassegnati, impotenti all'ordine del tempo che scorre e conduce indifferente alla morte: "Colui che non vive con persuasione non può non obbedire perché ha già obbedito. Proteso alla vita assume ogni forma obbedendo alla paura della morte chi agisca senza persuasione". Questa, per quanto impervia, è l'unica strada, altrimenti la vita non ha il suo senso, vuota, dispersa nel contingente, in balìa, e non solo della morte: "Il coraggio dell'impossibile è la luce che rompe la nebbia, davanti a cui cadono i terrori della morte e il presente divien vita. Che v'importa di vivere se rinunciate alla vita in ogni presente per la cura del possibile". Gli uomini quindi hanno un'occasione, possono abbandonare la condizione del peso e vivere da persuasi, senza i limiti che impone il futuro. Così non vivono la morte in vita ma sono al presente. Per Michelstaedter la vita "com-prende" la propria deficienza nel tempo, il suo dolore è la sua storicità. Nel fluire del tempo in cui si vive si può volere - la volontà segue, rincorre, un'assenza -. Nella mancanza ontologica dell'essere la deficienza della storicità dell'esserci può 'colmare' l'assenza, può resistere. Nell'attimo immerso nel tempo-angoscia decidiamo l'eternità della persuasione. Se alle spalle della più intima convinzione di Michelstaedter, il dolore radicale in cui sono gettati gli uomini per una mancanza ontologico-esistenziale che li rende schiavi del volere, è presente senza dubbio Schopenhauer, il concetto di persuasione a mio avviso riflette - almeno parzialmente - della dottrina fondamentale di Nietzsche: l'eterno ritorno dell'identico. Michelstaedter ritiene il divenire il carattere principale dell'esistenza, la volontà che sempre vuole e mai placata è la condizione vitale a cui siamo sottoposti, in un continuo, affannoso procedere: "La volontà dunque è nell'attimo. - Ma essa cessa d'essere, se essa non vuole il futuro, cioè se non vuol volere anche in seguito - se essa si possiede in un attimo, e non vuole più, essa cessa di esistere - postulato dell'esistenza è dunque il divenire, non l'essere". La persuasione risponde proprio a questo "postulato", è l'estremo tentativo di bloccare la volontà nel presente, arrestare nell'attimo il divenire: nello scorrere vorticoso fermarsi in un attimo in grado di non chiedere altro, di sottrarre l'assenza e donare la libertà del presente. L'eterno ritorno nietzschiano per non abbandonare l'uomo, travolto da un passato non voluto, esprime il massimo sforzo: volere tutto il passato e il futuro in un eterno attimo, fuori dal circolo dell'eterna ripetizione perché l'eternità è un attimo, per infrangere la voracità del tempo. Il frammento di Nietzsche: "Imprimere al divenire il carattere dell'essere - è questa la suprema volontà di potenza", ci permette di comprendere come la persuasione michelstaedteriana, nella dottrina dell'autore dello Zarathustra, ha il proprio, più essenziale riferimento. Al vortice del divenire è posto un ostacolo insuperabile: la propria consistenza in un'azione che decide al presente. Il fluire del tempo che tutto divora non permettendoci una vita al presente - succube del passato e irretita dal futuro - si scontra contro l'eterno ritorno e la persuasione, che arrestano il dolore del divenire nella decisione dell'attimo / nell'attimo della decisione che vuole, per l'ultima volta, solo se stessa-o. L'eterno ritorno e la persuasione negano il futuro - la speranza - no possono attendere, rapiscono la storia al presente, nell'attimo, vissuto non travolto dallo scorrere mortale del tempo. Nietzsche, nel momento della decisione che afferma tutto ciò che è già stato come voluto e Michelstaedter, nell'attimo persuaso, non fuggono ma resistono, accettano il presente con tutto il suo dolore, in un sì alla vita capace di raccogliere tutti i suoi no (amor fati). Nell'accettare il dolore, la sua tragicità, le figure del superuomo e del persuaso si rispecchiano, impegnate nel medesimo sforzo, senza paura e saldi nel presente, con la forza di opporsi, accolgono la sofferenza per vivere.
Il loro primo maestro è abbandonato: Schopenhauer, che non vuole, non può accogliere il dolore della vita, concede una possibilità di fuga che finge di emarginare il dolore: il pessimismo ontologico di Schopenhauer non è radicale, si nasconde al dolore che ci travolge. Michelstaedter, partito dalle certezze schopenhaueriane, si emancipa dall'autore che per primo ha aperto i suoi occhi sull'abisso da contrastare che pre-vede l'esistenza.
La persuasione, risposta al futuro ingombrante, alla paura della morte che cattura la vita prima della fine, ha in Nietzsche il suo maestro, colui che per il goriziano ha provato ad opporti alla violenza della volontà per placarla nell'eterno ritorno di un attimo decisivo.
Ma la persuasione non può restare un concetto puramente formale, di teoresi, Michelstaedter ne contempla, prevede un'applicazione storica, 'concreta'. L'uomo persuaso è Socrate. L'uomo della persuasione per il goriziano non poteva che essere un Greco. Nell'insegnamento secolare di Socrate si riflette l'espressione migliore dell'uomo persuaso ("La sua vita non è un procedere ma un permanere"), che vive la vita rifuggendo dai suoi bisogni e non teme la morte nemmeno al suo cospetto: "Essere indipendenti dalla gravità vuol dire non aver peso: e Socrate non si concedette riposo finché non ebbe eliminato da sé ogni peso. - Ma consunta insieme la speranza della libertà e della schiavitù - lo spirito indipendente e la gravità - la necessità della terra e la volontà del sole - né volò al sole - né restò sulla terra; - né fu indipendente né schiavo; né felice né misero; - ma di lui con le mie parole non ho più niente da dire". Con la figura di Socrate Michelstaedter dichiara ciò che forse già sospettavamo, parlare della persuasione e non viverla significa perderla, discutere di Socrate significherebbe tradirlo, è sufficiente in un lampo ricordare la sua vita, superfluo sarebbe adoperare altre parole. Definire l'attività persuasa è l'annunciarsi del suo smarrimento. Scrivere inutilmente di un uomo che non volle scrivere per non fare pesare il proprio esempio vuol dire non afferrarlo. Socrate è il persuaso che non scrive per gli altri ma vive per loro, non cerca nulla, aiuta il prossimo ma non vuol assurgere al rettorico rango di profeta. Michelstaedter ha più volte dichiarato che la via alla persuasione si percorre da soli, con i propri piedi la si raggiunge, però ha anche scritto, probabilmente pensando proprio a Socrate, che il persuaso può indicare una possibilità di liberazione: "Soffrirà nello stesso punto della propria deficienza e della loro: parlando la voce del proprio dolore egli parlerà loro la voce ad essi lontana del loro stesso dolore; come nella sua attività intensa egli sarà vicino a saziar il proprio dolore, così a loro metterà vicina una vita, per la quale essi vedranno sciogliersi la trama di ciò che li preme, di ciò che via via li distrae". Socrate è un - il - modello, la sua educazione non violenta, orale, indica la strada della persuasione che ognuno deve percorrere, in solitudine: "In questa vita ottusa e frammentaria l'educazione socratica [...] è creatrice di uomini. Tutto il suo insegnamento è in questo: "non fate ciò di cui non avete in voi la ragione; non vi fingete una sufficienza [...] della vostra qualunque fatica per la paura della morte: impossessarsi del bene della propria anima, essere uguali a sé stessi (esser persuasi) è necessario, vivere non è necessario!". Uomini capaci di non indietreggiare davanti alla morte, pronti a non lasciarsi travolgere dal mondo, in difesa della propria autonomia, questi sono gli individui che Socrate desiderava per concittadini: il suo insegnamento è per la libertà, per la vita, quella autentica, che si cerca, che si vive. Nel maestro di Platone si raccoglie la parola capace di farsi azione, una lezione senza tempo perché senza la scrittura/storia che prevarica il futuro, le generazioni del futuro.
Con Socrate Michelstaedter non scorge l'unico esempio dell'uomo persuaso, anche l'altro grande 'ingannato' della storia occidentale vive il presente per reggere il dolore e permanere. Cristo - l'altro non scrittore - racconta del male di vivere, del dolore, delle sofferenze a cui saremo necessariamente sottoposti, indicando al contempo però una possibilità di vita, di persuasione: "Cristo ha salvato sé stesso poiché dalla sua vita mortale ha saputo creare il dio: l'individuo; ma che nessuno è salvato da lui che non segua la sua vita". Cristo non pretende di salvare gli uomini con il proprio messaggio, approdare alla persuasione è un percorso individuale, senza ancoraggi. Michelstaedter nel Cristo abbandonato sulla terra osserva l'uomo forte che cammina con (il) dolore, ma resiste, senza soccombere. Cristo è l'affermazione totale della vita, il suo sì al dolore si oppone a quello della sua chiesa, che vive nella speranza - attesa di futuro - di un altro mondo - quello giusto - e sopporta non dubitando della ricompensa. Cristo come Socrate non ha scritto per non pesare, per non tormentare il presente con il/nel futuro, conosceva la via, sapeva che andava percorsa con la propria forza, che a nessuno può venire regalata la salvezza. Ma del suo insegnamento fecero una religione. Come Cristo è il persuaso totale, così Socrate impone una idea sovrastorica dell'uomo. Cristo e Socrate sono quindi due grandi persuasi e due grandi persuasori. La parola del primo e la dialettica del secondo eguagliano la profondità del pensiero con la chiarezza dell'esposizione.
Per rendere la persuasione un'alternativa vivibile non solo nella scrittura, Michelstaedter indica all'uomo persuaso il suo luogo: il mare. Nella catastrofe - nel pericolo dell'attimo irripetibile - dobbiamo liberare l'agire, rifiutando l'angoscia senza scampo del deserto. Il mare è lo spazio del persuaso. Il mare è l'ou-topia, il suo mai luogo privo di confini dove sempre si è stranieri, presenti solo a se stessi, è il luogo dove sentirsi, ovunque - come mai - nella propria casa. Il mare - prima delle due guerre mondiali - è la terra senza leggi, dove padroni non sono gli stati, piuttosto i pirati, dove ogni individuo può affermarsi e non cedere, non più osservato dalla violenza di un'organizzazione che lo trascende. È il territorio del persuaso ormai libero dal se stesso sofferente, unico amministratore della vita donatagli. Per lui ogni azione è la risolutiva, l'ultima, ogni gesto può essere quello estremo. Una poesia dedicata alla sorella Paula termina:

Lasciami andare, Paula, nella notte
a crearmi la luce da me stesso
lasciami andare oltre il deserto, al mare
perch'io ti porti il dono luminoso
... molto più che non credi mi sei cara.
("Alla sorella Paula")


Il mare è il luogo della libertà che Michelstaedter sogna per la sua vita dispensata dall'agire soffocante che la società pretende.
La persuasione è anche il rifiuto della illusione negante la nostra condizione di sofferenti, è un tentativo estremo di autenticità, senza compromessi con la menzogna. Le illusioni, tutte concedono l'attraversamento unicamente di una vita che non è vita. La persuasione riconosce il dolore di una vita che non abbiamo chiesto e vive in/di questa mancanza, ma in questa consapevolezza si fa una vita che non rinuncia a sé: "La via della persuasione non è corsa da 'omnibus', non ha segni, indicazioni che si possono comunicare, studiare ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t'è dato". Solo la vita persuasa può guardarsi allo specchio, incontrarsi e non fuggire per evadere l'impegno gravoso che assegna la fatica individuale, il pensiero libero, indipendente. La via della persuasione è terribile perché non ammette deroghe.